PagineSparse / Come indagare il vuoto dell’esistere prima che diventi solo parola.
Presentazione di Sandro Bongiani
Salerno, 21 luglio 2026
Nel panorama dell’arte contemporanea vi sono solo pochi artisti come Franco Panella che dal fuoco del passato informale hanno saputo recuperare gli umori della memoria e la sintesi della pittura, per avventurarsi in modo convincente in un campo ignoto della scoperta e dell’invenzione poetica in cui la sperimentazione ha saputo nel tempo ritrovare nuovi e inaspettati approdi. Parlare del lavoro svolto dall’artista siciliano (oltre un cinquantennio di ricerche svolte) è una occasione per certi versi unica e sorprendente. Il suo viaggio creativo inizia già negli anni settanta con dipinti caratterizzati da una visione informale di tipo aniconica che indaga lo spazio, il vuoto e l’essenza del silenzio. Nei primi anni 80’ annuncia i suoi paesaggi “sensibili” che ben presto diverranno muro e sudario, come per esempio, il “Paesaggio pittorico del 1988”. Negli anni 90’ in poi approderanno insoliti paesaggi caratterizzati da una materia greve come la calce e la sabbia e anche le prime scritture su terracotta, come “Scrittura plastica, Pagine oltre-segni, del 1991“, e poi nel 1992, le opere “Pagine” e “Dittico/Muri” in cui si notato i segni di un frasario oscuro lasciati sulla terracotta, un accadimento interiore profondo che si fa solco e ferita, con una particolare dislocazione delle forme che fanno pensare alle pagine di un libro sparso su una superficie piana, come se l’artista volesse classificarli e ordinarli. Queste opere anticipano di fatto, l’indagine più recente delle “PagineSparse” svolte incessantemente dal 2000 fino a oggi. Una ricerca a tutto campo su pagine e i libri d’artista in cui “intervenire e dislocare”, un’azione costante che lo accompagnerà per lungo tempo nel suo percorso originale di sperimentazione asemica.
Assai pertinente è la “lettura” che ne fa il critico Tanino Bonifacio in occasione della mostra personale dell’artista tenutasi a Palermo nel 2008, che scrive: […] “Non la “visione” quale sogno o immaginazione, ma la “visione” come sguardo verso le forme seminascoste abitanti l’ombra, quelle forme della bellezza che precariamente sostano nei luoghi meno noti, nelle pieghe di una realtà solo apparentemente insondabile” - aggiungendo - “Per queste ragioni l’opera di Panella realizza l’esplicito tentativo di costruire una “poetica dello sguardo”, ovvero una nuova “visione” del reale, un nuovo modo di leggere quell’universo di immagini mediatizzate invadenti l’esistere”. L’arte nasce essenzialmente dal mistero dell’essere, dalla fragilità della condizione umana, dal vuoto, e da ciò che non sappiamo spiegare in modo logico e consueto. Nella sua ricerca, ormai non ci sono più messaggi concreti da consegnare al mondo e alla storia. L’oscurità è la luce è una condizione perenne della vita: appartiene alla terra, all’universo, ma anche alla nostra interiorità. L’opera d’arte in quando tale, deve necessariamente collocarsi da qualche parte inquieta del reale, tra il significato e il non significato, lasciando spazio all’incertezza e al dubbio. È proprio da questa fragilità e profondo vuoto che nasce l’intervento creativo e poetico dell’artista. Pertanto, ogni sguardo rivolto “verso l’interno” diventa una arcana e oscura rivelazione. Sarà lo spettatore l’artefice più adatto a dipanare e completare l’opera attraverso il proprio sguardo e la propria particolare riflessione.
Franco Panella attraverso l'uso costante di materiali poveri, il collage e il colore è tra gli artisti più interessanti per aver saputo ricondurre e sintetizzare il segno, la grafia e il colore nei confini inquieti di una originale ricerca. Infatti, l’opera nasce e si evolve attraverso un dialogo costante tra questi elementi chiave: il segno, come traccia immediata e istintiva che rappresenta la manifestazione primaria dell'energia dell'artista, la scrittura asemica, come memoria oscura della forma, e poi il colore che integrato nella superficie diventa liberazione, costringendo chi guarda a "leggere" l'opera con gli occhi della pittura, tra sfumature di colore, contrasti, pesi visivi e emozione espressiva. Nell'opera il gesto pittorico e il segno grafico si fondono: la parola si libera dal dovere del significato letterale per divenire pura espressione visiva, ritmo e traccia dell'anima. Un universo sintetico costellato da sottili momenti emotivi, con una pittura velata che accoglie materiali di scarto e persino di forme tridimensionali come rappresentazione provvisoria dell’agire. Il processo creativo di Panella è spesso legato a un lavoro intenso di stratificazione pittorica, tra accumulo e sovrapposizione; l'artista traccia segni, scrive, incolla, cancella, alterna a campiture dense zone tenue di colore, ritorna a sovrascrivere ancora. Un tempo davvero sospeso e precario in cui la memoria della parola rimane come l’ombra oscura dell’imprevedibile. Il risultato visivo ottenuto ricorda i palinsesti medievali in pergamena in cui il testo originale veniva raschiato per fare spazio a una nuova scrittura, lasciando intravedere così le tracce del passato. La materia che preferisce Franco Panella per questi accadimenti immaginativi è soprattutto la carta e il cartone ondulato, perché gli permette d’integrarsi degnamente, tra fluidità e resistenza, con la materia pittorica.
Insomma, una pittura strutturata tra forme geometriche, frammenti di materia e tonalità delicate di colore capaci di concentrare tutta l'attenzione sulla vibrazione e la qualità poetica dello spazio. Un territorio per certi versi affascinante dove i confini tradizionali tra segno, scrittura formale e pittura sfumano per dare vita a una personalissima declinazione di rappresentazione asemica. Con le "Pagine Sparse" e i libri d'artista Panella condivide l’ossessione permanente dell’alterità nascosta, consegnandoci la perfetta applicazione pratica di quel "vuoto semantico" e di quell'esigenza di silenzio teorizzati da Gillo Dorfles. Se Dorfles vedeva nell'asemanticità un'area di sosta dall'ipertrofia visiva, Panella traduce questo concetto in una vera e propria scrittura e visione materica in cui la pagina e il libro perde la sua funzione di contenitore di concetti per farsi puro oggetto estetico, evocando la struttura della scrittura con tracciati, perimetri e diagonali di ascendenza irrazionale, lasciando sussistere solo la traccia del segno, come per esempio, la serie di opere dal titolo: “Diversamente parallele”, “Perimetralmente Asemico” e “Diagonalmente Asemico”. Una visione pittorica decisamente “sismografica”, come lo è stato il terremoto subito dall’artista nel 1968 a Montevago, che possa registrare un accadimento profondo e divenire anche spazio meditativo assoluto: ora, l'osservatore non deve più "leggere la parola", ma contemplare le tracce di una lingua universale, silenziosa e trans-linguistica.
Nelle opere realizzate in questi ultimi anni, permane una visione compositiva che si integra ancora di più tra le pieghe e le tracce della pagina. Una scrittura senza significato linguistico che non vuole comunicare nessun messaggio comprensibile, semmai, poter convivere alla pari con gli altri elementi visivi del linguaggio, proprio come “due linee diversamente parallele”. Tutto ciò potrebbe sembrarci come una sorta di anomalia del linguaggio geometrico, una tensione di una imperfetta prossimità non identica al concetto consueto di geometrismo. Insomma, una metafora della scrittura/pittura come momento e accadimento del corpo che si fa energia e poi segno incomprensibile, come lo sono due traiettorie apparentemente parallele che emergono per divenire una traiettoria disallineata e tuttavia, coinvolgente con il ritmo e la stesura della pagina sparsa. La compiuta ricerca poetica di Franco Panella ha la grande capacità di trascendere l'atto dello scrivere in una complessa azione pittorica e poetica. Le sue carte non custodiscono più messaggi da decifrare, ma “paesaggi interiori”, insoliti ritmi compositivi in cui perdersi e ritrovarsi ancora, celebrando così il vuoto e il mistero dell’apparizione prima che si tramuti in semplice parola scritta.
